Riduzione e aumenti di Tassi d’interesse -effetti su deflazione e inflazione

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Un Guest post di Giovanni Romano

La politica monetaria di un paese, o di una comunità di stati, è completamente gestita dalle banche centrali. Le banche centrali hanno due poteri fondamentali, poteri che possiedono un gran peso macroeconomico, e che influenzano le interazioni e le interdipendenze tra i mercati (intermarket analysis). I due poteri di cui le banche centrali dispongono sono: variare il tasso di riferimento e stampare nuova moneta. A questo punto siamo di fronte a dei parametri che sono in grado di influenzare l’intero apparato economico e finanziario di un sistema sociale.

Lo scopo delle politiche monetarie è raggiungere l’equilibrio tra la domanda e l’offerta di moneta.

La domanda di moneta è influenzata dal reddito (y) degli operatori sociali, unico parametro non controllabile dalle banche centrali, e dai tassi di interesse (i), mentre l’offerta di moneta (m) dipende dalla quantità di nuovo denaro immessa nel mercato, infatti ogni qual volta si stampa nuovo denaro la banca lo inserisce nel sistema acquistando titoli nel mercato finanziario (al contrario il ritiro di denaro dal sistema lo si effettua liquidando gli stessi titoli che la banca centrale possiede in portafoglio).

L’equilibrio si raggiunge perciò “giocando” correttamente con tassi e offerta monetaria. Un aumento dei tassi necessita una riduzione dell’offerta monetaria per avere l’equilibrio del sistema, mentre una diminuzione dei tassi necessità l’aumento dell’offerta monetaria.

Su questo itinerario è semplice confondersi, ed intuire che un aumento dei tassi provochi deflazione, mentre una riduzione dei tassi provochi inflazione. In realtà non è proprio così, infatti è esattamente il contrario, e la spiegazione di ciò è che le politiche monetarie della banca centrale (causa) non si manifestano istantaneamente sul sistema, ma il loro effetto è riscontrabile solo retroattivamente ed in maniera del tutto ritardata. Infatti se ci pensate noi in questo momento ci troviamo in un periodo di deflazione profonda, ed i tassi sono ai minimi storici.

Ma l’effetto deflazione è stato provocato dalla politica delle banche dell’estate scorsa, quando i tassi erano alle stelle ed il ritiro di denaro è stato notevole. Ora per vedere gli effetti di questa nuova politica a tassi ridottissimi ci vorrà più o meno la fine del 2009. Mi trovo perciò perfettamente d’accordo con l’opinione del governatore federale della FED, Jaffrey Lacker, secondo cui il tramonto del 2009 segnerà la fine della recessione e l’inizio della ripresa. Anche se non condivido la bizzarra politica dei tassi, a mio avviso troppo ridotti, si parla di una riduzione eccessiva fino a 0-0,25%, e che affatica il mercato dei corporate bond e treasury bond (fonte di finanziamento primaria delle imprese pubbliche e private).

Comunque per approfondire l’argomento ho scritto un esaustivo articolo per trend-online.com (sito collaboratore di yahoo finanza) e vi invio il link, http://www.trend-online.com/?stran=izbira&p=prp&id=212480 .

Si tratta di un’analisi macroeconomica che troverete di certo utile per farvi un buon quadro generale della situazione economica internazionale.

A Cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il Professionista delle Opzioni”

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L’articolo tratto dal blog di Bruno Editore www.giacomobruno.it

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1 Commento


  1. Gian Piero TurlettiNo Gravatar

    Praticamente sempre, gli effetti delle varie politiche monetarie e fiscali, di competenza le une delle banche centrali, le altre dei governi, sono ritardati rispetto alla loro assunzione.
    La caratterisstica, sostanzialmente deflattiva, dell’attuale fase economica, è dovuta a vari fattori, riconducibili per un verso alla pregressa politica di tassi eleati in Europa, per altro verso alla fase recessiva in atto.
    Questo, al tempo stesso, dimostra come anche le analisi delle banche centrali possano essere erronee, o comunque sfasate temporalmente, e tali da non centrare gli obiettivi, previsti dai rispettivi statuti.

    In particolare, la banca centrale europea, e non solo per parola del suo presidente, ma anche di consiglieri dei singoli paesi, come per l’italia Bini Smaghi, ha incetrato gran parte delle sue analisi di qualche tempo fa su un ventilato rischio inlfazione, mentre era in corso sopratutto il trend riazista sul petrolio, indicando l’opportunità di una poltica di tassi al rialzo.
    Questa politica, per la verità, si è dimostrata sotanzialmente sbagliata, per diversi motivi.
    Innanzi tutto, occorre sottolineare come i tassi non influenzino certi fattori inflazionistici, ed il rischio inflazione, per l’Europa, era sostanzialmente dovuto al caro-petrolio, commodity i cui corsi certo sono anelastici, rispettto ai tassi d’interesse.
    Ma il grave errore della banca centrale europea è stato sopratutto quello di contribuire ad una natura sostazialmente deflattiva dell’attuale fase economica, non considerando, evidentemente, che la fase rialzista dei tassi non poteva che contribuire a sottrarre liquidità ad un sistema economico, già sofferente sotto questo profilo.

    Un aspetto non secondario delle motivazioni, alla base di determinate decisioni, sta anche nel sistema giuridico, che sovrintende alla regolazione di tali isituti, ed a tale riguardo non si può non ricordare la netta dicotomia tra le due sponde dell’Atliantico.
    Se compito della Fed, infatti, è quello di contribuire al raggiungimento di un equilibrio economico, comprensivo anche della stabilità e dello sviluppo armonico del sitema economico complessivo, questo obiettivo non rientra, per statuto, nei compiti della BCE, tutta protesa, invece, ad affrontare esclusivamente possibili rischi d’inflazione, in un’ottica purrmente monetarista dellosviluppo economico.
    Questo spiega anche le diverse politiche, talora operate sui due versanti dell’Atlantico, e la sostanziale asimmetria che ne consegue.

    Quanto alle indicazioni di possibile svolta:
    vari indicatori confermano la tempistica prevista a livelo macroeconomico e questo, congiutamente ad altri fattori, fa ben pserare (in ottica rialzita) anche per i principali listini.
    Tanto per considerare anche qualche fattore di analisi tecnica, c’è chi interpreta l’intero movimento azionario, sulle principali borse mondiali, a partire dai massimi del 2.000, come un ABC di lungo termine, seguendo la metodologia di Elliott, ormai conclusosi e, conseguentemente, gli attuali prezzi come un’occasione di acquisto generazionale, cioè di quelle che, se va bene, capitano una volta nell’arco di una vita.

    GIAN PIERO TURLETTI
    AUTORE DELL’EBOOK PROGETTO AZIENDA

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